giu 25 2008
“Vite da precari: tra lavoro e dignità negata.”
In Italia quando artisti e fautori di satira iniziano a raccontare di un problema di cui Tv, giornali e forse anche libri non parlano più, vuol dire che è arrivato il momento di temere che non si giungerà mai a soluzione. Questa è uno dei primi pensieri che potrebbero sorgere al termine della proiezione del film “Tutta la Vita davanti” di Paolo Virzì.
La storia di chi lavora al call center è l’esempio scuola che forse viene usato per spiegare cosa sia il lavoro precario in Italia, o per meglio dire Europa, nuova realtà alla quale dovremmo appartenere. Già, lavoro precario, nuovo nome di quel sogno, quella favola chiamata lavoro flessibile che entusiasticamente il mondo capitalista made in USA ha narrato al Vecchio Continente. Si va dalla flessibilità del cambio lavoro, alla flessibilità delle mansioni, alla flessibilità degli orari e giorni di lavoro per arrivare all’apoteosi della piena occupazione. Il film di Virzì, però, lo delinea in maniera diversa, come solo chi lavora in uno di quei gabbiotti lo può conoscere: lavoro precario e non flessibile. Un lavoro che ti costringe a farne due per arrivare a fine mese, una condizione che ti spinge ad altro per avere una vita ai limiti della dignità. La sceneggiatura di “Tutta la vita davanti” sembra colta dalla realtà.
Infatti, anche nella vita vera la dignità è persa se per lavorare, per pagare il mutuo e per mangiare a Milano sei costretta nonostante una laurea in economia e cinque anni di precariato a pubblicare un annuncio di lavoro come quello pubblicato da Marina o da Claudia, se lavoro si può chiamare una offerta di relazione personale. Già il web ne è pieno, i siti di annunci fanno affari d’oro vendendo spazi pubblicitari sulla pelle di questi poveri prodotti del 2000. Ma c’è forse anche di peggio scendendo di qualche chilometro verso sud dove il lavoro scarseggia più che nella Milano business. Sara, trentenne romana, sul suo blog offre una notte bollente in cambio di un contratto a tempo indeterminato. E’ una storia vecchia di un paio d’anni, i giornali ne riempirono le pagine e ora Sara ha delle emule, più numerose di quanto si pensi.
Ovviamente il precariato non è solo questo, fatto di gesti estremi. C’è tanta gente che riesce a lavorare, ad essere flessibile e forse anche a pagare qualche spesa. Lo dimostra un recente concorso spagnolo che invitava i giovani lavoratori a rendere noti numero e durata dei propri contratti. Siamo fautori di una flessibilità tale che uno dei vincitori raccontava orgogliosamente del suo contratto lungo un’ora e mezzo. Un altro dei suoi quindici contratti in meno di dodici mesi.
Che dite? Gli Europei hanno imparato ad usare il dono della flessibilità sul luogo di lavoro?
Alessandro Leo
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